Storia di Gaudenzio Pia: un cold case tra libro e moschetto

“Libro e moschetto, fascista perfetto“ era uno degli slogan più significativi del Ventennio fascista, in quanto riassumeva perfettamente il programma pedagogico di formazione della gioventù, il controllo politico, la manipolazione ideologica e la creazione del consenso promossi e attuati dal Regime a partire dalla scuola primaria. Militarismo, nazionalismo, culto dell’eroismo, obbedienza cieca al Duce e alle gerarchie, subordinazione delle donne, erano i poli dell’educazione fascista, recepiti peraltro dalla riforma Gentile. La scuola preparava bambini e ragazzi ad essere soldati al servizio del vagheggiato Impero (approfondimenti al link: https://luceperladidattica.com/2020/05/27/libro-e-moschetto-fascista-imperfetto-di-monika-ruga/).

La breve vita di Gaudenzio Pia, contadino nato a Masullas il 28 gennaio del 1917, da Battista e Maria Usai, si dipana – prima della sua tragica conclusione – in maniera non dissimile da quella di tanti coetanei, per i quali la chiamata alla visita di leva e la successiva assegnazione a un Corpo militare rappresentavano un’esperienza fondamentale. Nel maggio del ’39 il nostro viene assegnato, “in qualità di Aviere, nella R.A [Regia Aeronautica] Centro di Reclutamento e Mobilitazione Zona Aerea Territoriale Cagliari”. Mobilitato dopo l’entrata in guerra dell’Italia, a novembre del 1940 viene “trattenuto alle armi per esigenze di carattere eccezionale” ; a febbraio del 1941 è trasferito all’aeroporto di Vibo Valentia, in Calabria, e successivamente assegnato prima al 46. Rgto Fanteria e, in seguito, in qualità di portaordini, al 113. Btg Mitraglieri Autocarrati, 2. Compagnia della 44. Div. Cremona dislocata in Corsica, al comando del generale Clemente Primieri, M.B.V.M nella I Guerra Mondiale (http://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/#). Dopo l’8 settembre, il Generale, fedele al governo Badoglio, partecipò alla Resistenza degli italiani contro i nazifascisti in Corsica, consegnando l’Isola a France Libre del generale De Gaulle. In seguito, insieme alla 28. Brigata Garibaldi “Mario Gordini”, al comando del mitico Arrigo Boldrini Bulow, contribuì alla liberazione di paesi e città della Romagna, come Ravenna, e di Venezia il 2 maggio del 1945 (approfondimenti ai link: https://www.ravennatoday.it/cronaca/anniversario-generale-primieri-protagonisti-liberazione-ravennate.html; https://www.anpi.it/donne-e-uomini/2131/clemente-primieri). Anche in Corsica l’annuncio dell’armistizio, captato la sera dell’8 settembre da Radio Londra, suscitò apprensione, sconcerto e confusione, ma anche entusiasmo per la speranza – poi rivelatasi infondata – dell’imminente fine del conflitto. Il generale Magli, comandante generale delle truppe d’occupazione italiane, “diede ordine di liberare i prigionieri politici e gli internati per questioni razziali (Selene Barba, La resistenza dei militari italiani all’estero. Francia e Corsica, by Biblioteca Militare ISSU, al link https://issuu.com/rivista.militare1/docs/1995_francia_e_corsica-testo, p.246) e, dopo qualche comprensibile incertezza, si schierò apertamente con la Resistenza franco-corsa. L’11 settembre “ricevette dal governo Badoglio l’ordine di considerare i tedeschi come nemici” (ivi, p.255) e di cercare di bloccare l’afflusso dalla Sardegna della 90. Panzergrenadier Division alla quale si erano uniti gli ammutinati della Divisione Paracadutisti Nembo. Dal Ruolo Matricolare di Gaudenzio Pia apprendiamo che alla data dell’11 settembre egli si trovava nella caserma sita nel paese di Petreto-Bicchisano. In base alla ricostruzione degli eventi militari di quei giorni sappiamo che nella zona, a differenza di altre, la situazione era tranquilla, in quanto i tedeschi (che erano peraltro numericamente inferiori) non erano riusciti a bloccare gli italiani impedendone gli spostamenti.




Sabato 11 settembre 1943 sarà l’ultimo giorno di vita per il giovane Gaudenzio. Le circostanze della sua morte non sono del tutto chiare e certamente oggi sarebbero oggetto di indagini e perizie approfondite, da parte di unità investigative tipo quelle del RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche) dei Carabinieri o in stile NCIS. Qui ci limiteremo a presentare i fatti come emergono dai documenti, ad avanzare dubbi e adombrare ipotesi, lasciando al lettore le conclusioni. La mattina di quell’11 settembre, intorno a mezzogiorno, Gaudenzio –secondo le dichiarazioni di un suo commilitone, il sergente Vittorio Meloni – si trova nella sua camera, “attigua al Comando della Compagnia. Alle 12,10 Meloni sente “partire un colpo di moschetto” dalla camera nella quale si trovava il Pia. Meloni si precipita nella stanza e si trova davanti uno spettacolo terribile: il giovane è “sdraiato e privo di sensi, con a fianco un moschetto e un libro, e con il dito pollice della mano destra quasi asportato ed un grande squarcio alla testa“. Ovviamente il Meloni avverte subito il Comandante della Compagnia “a mezzo motociclista“.

Il Pia viene subito soccorso dal “medico dell’infermeria di Bicchisano, il quale, “dopo una prima medicazione, faceva trasportare il ferito, con un’autoambulanza, all’ospedale Militare da campo 331 di Santa Maria Dichè” [sic, in realtà si tratta di Santa Maria-Sichè, n.d.a ], distante circa 18 km. Le condizioni del ferito sono così gravi che egli muore durante il trasporto all’ospedale: una ferita, specie se alla testa, provocata da un proiettile di oltre 5 cm sparato a breve distanza dal moschetto 91 in uso al R.E. è devastante, e c’è semmai da stupirsi che il decesso non sia stato istantaneo. Il medico intervenuto in soccorso del povero Gaudenzio riferisce “di una vasta perdita di sostanza a carico del tavolato osseo e della sostanza cerebrale estendentesi dall’orbita sinistra sino alla regione occipito-parietale e spolpamento del pollice della mano destra“.


Il capitano Raoul Cavalieri, comandante del distaccamento, tenta di ricostruire nella sua relazione quello che viene considerato uno sfortunato incidente, basandosi in specie sulle dichiarazioni rese da Vittorio Meloni. Tuttavia, tale ricostruzione appare in alcuni punti alquanto macchinosa se non proprio inverosimile e, soprattutto, viste le affermazioni a sostegno delle conclusioni alle quali giunge, preconcetta. Il Pia, che condivideva una “piccola cameretta col mitragliere Congiu Paolo (anch’esso portaordini)” , era dunque sdraiato sulla sua branda e leggeva un libro quando, alle ore 12:00, il Congiu lascia la stanza. Colpisce particolarmente il fatto che, al momento dell’ingresso nella stanza da parte del Meloni, Pia avesse “a fianco un libro e un moschetto”, la coppia iconica del Regime, come si è visto supra. Ma vediamo come viene spiegato quanto accaduto. “Si presume che il PIA, stanco di leggere, abbia tentato di alzarsi appoggiandosi con la mano destra alla canna del proprio moschetto” (A.N. 1445) con il dito pollice della suddetta mano, sopra la canna stessa“. Posto che davvero il Pia avesse al suo fianco il moschetto in un momento di riposo e in un contesto come abbiamo visto prima tranquillo dal punto di vista militare, sarebbe anzitutto utile sapere se il moschetto si trovasse alla destra o alla sinistra del suo corpo. Inoltre chi volesse alzarsi appoggiandosi alla canna di un fucile, ben difficilmente lo farebbe impugnando o poggiando la mano sulla parte sommitale di essa. La relazione così prosegue: “dal moschetto evidentemente carico e che forse non era in posizione di sicurezza, il PIA stesso, con un movimento scomposto delle gambe, e con la mano sinistra, deve aver fatto partire inavvertitamente il colpo”. Come può partire un colpo se le dita non si trovano sul grilletto o tanto vicine ad esso da essere sospinte da un movimento scomposto delle gambe? La ricostruzione appare ancora più improbabile se si analizza il quarto capoverso: la pallottola, dopo avergli quasi asportato il dito pollice della mano destra gli ha fatto uno squarcio alla testa e si [è] quasi conficcata alla parete della camera, all’altezza di circa 40 centimetri dal pavimento” . Lo spolpamento del pollice potrebbe farci pensare sia che Gaudenzio abbia volutamente portato il fucile al volto, sia che egli abbia tentato un estremo istintivo gesto di difesa. Inoltre non si può non tenere in debito conto un altro elemento veramente importante, ossia la posizione del proiettile, entrato dall’occhio, uscito dall’occipite e conficcatosi a circa 40 cm dal pavimento, l’altezza di una branda, e questo rafforza l’idea che Pia fosse ancora sdraiato al momento dello sparo, posizione nella quale è stato peraltro ritrovato.

Ma dovette essere chiaro anche al Capitano Comandante che la dinamica descritta nella sua relazione avrebbe potuto suscitare più di un dubbio. E infatti, nell’ultimo capoverso egli esclude “senz’altro, che il militare in oggetto abbia voluto suicidarsi poiché ha sempre fatto il proprio dovere con grande volontà ed entusiasmo, era un elemento molto disciplinato e di carattere gioviale. Non aveva mai esternato con nessuno dei propri compagni, parole di sconforto che potessero far pensare ad un insano proposito”. Eppure quasi mai chi intende porre fine alla propria vita avverte gli altri della terribile decisione e, inoltre, mai e poi mai l’esercito avrebbe potuto accettare e rendere noto un suicidio, specie in tempo di guerra. Tanto meno se quell’accostamento, anche fisico, tra libro e moschetto fosse stato letto come una tragica parodia… E’ quasi impossibile, a ottant’anni di distanza, conoscere la verità dei fatti. Il giovane caduto, un ragazzo di 26 anni, venne tumulato nel piccolo cimitero di Santa Maria Sichè, tomba n°20. Negli anni ’70 la salma è stata traslata nel suo paese natale, a Masullas: continua a riposare in pace, Gaudenzio!

Testo e ricerche archivistiche e documentali a cura di Carla Cossu. Si ringrazia l’Archivio di Stato di Oristano per la consueta cortese disponibilità e collaborazione, e la cara amica Prof,ssa Clelia Faa per le foto scattate nel Cimitero di Masullas.
