GIUSEPPINO PILLONI: UN TERRALBESE ALLA GRANDE GUERRA

Giuseppino Pilloni nasce a Terralba il 20 ottobre del 1880, da Pietro e da Rosa Ibba. Il giorno successivo viene battezzato. Dal Ruolo Matricolare apprendiamo che sa leggere e scrivere, ma non quali classi abbia frequentato. Svolge il mestiere di bracciante quando, il 9 luglio del 1900, a vent’anni, è chiamato alla visita di leva. Gli viene assegnato il numero di matricola 6012 e viene “lasciato in congedo illimitato” sino allo scoppio della guerra. Dal 1908 lavora nella laveria della miniera Brassey, dal nome di “Lord Thomas Brassey, Conte di Brassey e Visconte di Hyte, nobile inglese che, per quasi 20 anni della sua esistenza, – fino alla sua dipartita – fu proprietario delle miniere di Ingurtosu e Gennamari, nel comune di Arbus. […] nel 1896 egli entrò a far parte dell’Associazione Mineraria Sarda (AMS). Circa 3 anni dopo, i Brassey acquistarono le miniere di Gennamari-Ingortosu ed investirono circa 400.000 lire in ampliamenti: fu così che il 17 ottobre del 1900 venne inaugurata la Laveria meccanica dedicata alla famiglia. La Laveria meccanica, situata a Naracauli, villaggio del comprensorio minerario di Ingurtosu, venne destinata nella fattispecie al trattamento dei materiali blendosi, ossia relativi alla blenda, minerale dal quale viene estratto industrialmente lo zinco e, come sottoprodotti, anche il cadmio, il gallio e l’indio. Nel 1914, egli venne nominato Presidente della stessa AMS”. L’impianto, ora in totale rovina, era allora all’avanguardia, e Brassey ebbe il merito di migliorare la vita degli operai, realizzando numerosi villaggi ad essi destinati, “presso i borghi della Valle Is Animas, – ossia Pitzinurri, Bau, Casargiu, Pireddu, Gennamari, Ingurtosu e Naracauli“(citazioni in corsivo e foto al link: https://www.shmag.it/lifestyle/people/23_08_2022/lord-thomas-allnutt-brassey-luomo-delle-miniere-di-gennamari-ingurtosu/).


Giuseppino si è sposato con Fortunata Dessì nel 1910 e quando, dopo l’entrata in guerra dell’Italia il 24 maggio del 1915, viene “trattenuto alle armi per mobilitazione” – in virtù delle Circolari del 22 maggio 1915 e della 237 del ’16, ha ormai 36 anni. Il 10 maggio del 1916 lo troviamo presso il 322. Btg Fanteria Deposito Fanteria M.T Ozieri; l’11 luglio nel 6. Rgto Fanteria, che insieme al 5. costituiscono la Brigata Aosta, sul fronte del Piave. “Alla vigilia della guerra la Brigata si trova a Gemona, alle dirette dipendenze del Comando zona Carnia; il 3 luglio il 6° reggimento é inviato nel settore passo Monte Croce Carnico – Pal Piccolo – Pal Grande” […] Ai primi di marzo del 1916, i due reggimenti della Brigata Aosta si riuniscono nella conca di Plezzo, scaglionandosi nel settore destra Isonzo-pendici del Kukla; […] Con la ripresa della spinta offensiva sull’Isonzo, Sesta battaglia dell’Isonzo (6-17 agosto 1916), i due reggimenti della Aosta vengono separarti: il 6° rimane nella conca di Plezzo (https://www.storiaememoriadibologna.it/fanteria-5-e-6-reggimento-brigata-aosta-69-organizzazione). Il 1 gennaio 1917 Pilloni è aggregato alla 482. Centuria; a metà marzo al 234. Rgto Fanteria M.M, Brigata Lario del 41. Fanteria Savona (http://www.frontedelpiave.info/public/modules/Fronte_del_Piave_article/Fronte_del_Piave_view_article.php?id_a=442&app_l2=397&app_l3=442&sito=Fronte-del-Piave&titolo=Brigata-Modena). La partenza per la guerra di sei milioni di italiani (su sette in età militare) comporta un drastico cambiamento nell’organizzazione della vita familiare, sociale e in quella del lavoro. La vita di trincea nella “guerra di posizione”, sia in quota che in pianura, è ovunque spaventosa: i soldati di ambo le parti sono esposti ad ogni genere di privazioni e agli effetti devastanti delle nuove armi di sterminio: mitragliatrici, mortai, lanciafiamme, gas nervini. Al fango, alla fame, al freddo, ai parassiti, ai topi, ai “cecchini”, al martellamento delle artiglierie sulle trincee si aggiungono, specie nell’esercito italiano, e specie a partire dal 1916, le migliaia di soldati vittime di decimazioni e fucilazioni senza processo ordinate dai superiori per inezie “disciplinari” (come le divise non perfettamente in ordine) o presunto disfattismo. Emblematico il caso del famigerato generale Andrea Graziani, meglio noto come “il fucilatore”, responsabile di almeno un centinaio di vere e proprie esecuzioni sommarie, crudeli e immotivate. I terribili assalti quotidiani verso il trinceramento nemico si risolvono in massacri che spesso annientano interi reparti. I combattimenti per la conquista di qualche metro di terreno, preceduti dalle scariche di fucileria e dal crepitare delle mitragliatrici, sono all’arma bianca: sui fucili Carcano mod. 1891 è inastata una lunga baionetta, una lama atta a straziare le carni del nemico. Saranno innumerevoli i casi di gravissime automutilazioni, di crolli psicologici che condurranno al suicidio o alla condizione di “scemo di guerra“, termine crudele di nuovo conio, che mal definisce gli effetti depressivi e stranianti degli inenarrabili shock subiti. Il romanzo “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (titolo originale Im Westen nichts Neues) di Erich Maria Remarque, pubblicato nel 1928, resta ancora oggi un libro fondamentale per comprendere gli orrori e gli inganni della Grande Guerra.

La grande maggioranza dei combattenti, anche italiani, costretta ad una guerra che non le appartiene e che sente estranea, proviene dal mondo rurale. Si tratta spesso di ragazzi di 18 anni o poco più, come la leva “dei ragazzi del ’99”, o addirittura di sedicenni direttamente presi dai banchi della scuola, come in Germania. Tra gli italiani prevalgono gli analfabeti. Ci sono poi i giovanissimi (a volte bambini) operai “militarizzati”, che – dopo aver preso il posto dei soldati nelle fabbriche – li seguono nelle retrovie del fronte e ne condividono le sorti (https://sites.google.com/site/sentileranechecantano/schede/i-guerra-mondiale-1/bambini-e-adolescenti-nella-grande-guerra). Comunque sia, gli errori, la superficialità e i conflitti di potere degli Alti Comandi nella conduzione della guerra vengono scaricati sui soldati, ai quali si attribuisce la responsabilità delle sconfitte, specie di quella della Dodicesima Battaglia dell’Isonzo, la “rotta di Caporetto”, a causa della quale l’esercito austro-tedesco penetrò in territorio italiano per 150 Km. La battaglia, o meglio lo sfondamento, iniziata il 24 ottobre 1917, si protrasse sino al 12 novembre. I giorni cruciali furono quelli tra il 24 e il 30: decine di migliaia di soldati italiani perirono, fra 300 e 350.000 furono fatti prigionieri, e andarono ad aggiungersi agli altri catturati in precedenza. “Secondo la “Commissione parlamentare d’inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico”, che terminò i lavori nel 1920, i prigionieri italiani furono circa 600.000, di cui 19.500 ufficiali. Ma ancora più impressionante è la cifra dei morti: 100.000 italiani perirono nei campi di concentramento ed il numero è da considerare per difetto, perché, per ammissione degli ex nemici, nel computo sono esclusi i morti nelle compagnie di lavoro, disseminate in ogni angolo dell’Europa centrale” (https://www.storiaememoriadibologna.it/campi-di-prigionia-austriaci-e-tedeschi-1095-luogo#:~:text=Secondo%20la%20%22Commissione%20parlamentare%20d,600.000%2C%20). Da parte del governo italiano non ci fu un vero interessamento per le sorti di questi prigionieri, considerati alla stregua di disertori. “Nell’autunno di quel 1917 […] numerosi giornali finirono “con il dare voce al dubbio, spesso latente, che il lasciarsi catturare significasse, se non proprio viltà, quanto meno debolezza di carattere e scarsa convinzione patriottica. Del resto furono il gen. Cadorna e lo stato maggiore a spiegare il tracollo con un cedimento psicologico su vasta scala fomentato dalla campagna disfattista dei pacifisti” (http://www.storiatifernate.it/allegati_prod/03-i-prigionieri.pdf). Giuseppino Pilloni fu uno dei trecentomila catturati nella ritirata, “prigioniero di guerra per fatto d’armi” il 30/10/1917, come dalla scarna annotazione nel suo Ruolo Matricolare:

Nulla contiene il relativo Foglio. Grazie ai documenti conservati dalla famiglia di Giuseppino, e in particolare dalla Sig,ra Fabrizia Soru, cui va il mio caloroso ringraziamento, sappiamo che egli fu internato a Worms, in Germania, nella regione della Renania-Palatinato, sul fiume Reno, dove gli fu assegnato il numero di matricola 509. Pilloni condivise con tutta certezza le terribili condizioni della prigionia, ma riuscì a sopravvivere, a mantenere qualche contatto con i suoi cari e a fare ritorno a casa il 22 gennaio del 1919, riprendendo la sua attività di contadino.


Giuseppino è’ morto a Terralba, dove è sepolto, il 1 febbraio del 1968.
(Testo, ricerche archivistiche e documentali a cura di Carla Cossu). Tutti i diritti riservati.
